Vaso cinerario di MontescudaioDa millenni il vino ha segnato la storia di Montescudaio e di Poggio Gagliardo come è accertato anche dai richiami enoici dell’etrusco “Vaso cinerario di Montescudaio” e dallo “Spedale di San Leonardo”, famosa sosta di ristoro e assistenza nel medioevo i cui resti sono stati rinvenuti al bordo del vigneto della macchia. Tra gli altri richiami troviamo, dalle prime leggi quattrocentesche del libero comune alla legge leopoldina, che promuoveva e proteggeva la viticoltura di Montescudaio.

Acquisita nel 1969 dalla famiglia Surbone, la Fattoria Poggio Gagliardo ha in questi decenni potenziato la sua identità vitivinicola e olivicola, giungendo ad avere ora circa 50 ettari di terreni vitati e 5 a olivi. I vigneti sono stati impiantati a partire dai primi anni Settanta, con sesti d’impianto tradizionali e forma d’allevamento a cordone speronato; si tratta in massima parte dei due vitigni usuali della zona e della Toscana: il sangiovese e il trebbiano. Accanto a questi due vitigni base hanno poi trovato collocazione altri vitigni tipici: tra le uve rosse il canaiolo nero, il ciliegiolo, il colorino e la malvasia nera, tra le uve bianche il vermentino, la malvasia bianca e il canaiolo bianco. All’inizio degli anni Novanta è poi iniziata un’opera di completamento della piattaforma ampelografica aziendale, con l’introduzione progressiva di vitigni internazionali, associata a una diversa impostazione dei sesti d’impianto, che ha portato a maggiori densità per ettaro. Sono stati così impiantati il cabernet sauvignon, il cabernet franc, il merlot, il syrah per quanto riguarda le uve rosse e lo chardonnay e il sauvignon blanc per le uve bianche. _a__2411Le forme d’allevamento prescelte sono state il guyot e il cordone speronato. Alla paleria tradizionale in cemento precompresso si è andata via via sostituendo la paleria metallica o in legno. Le operazioni colturali si sono vieppiù meccanizzate, con l’impiego di trattori e attrezzi specificamente pensati per la vigna. La gestione del ciclo vegeto-produttivo della pianta ha risposto sempre più a criteri di ricerca della massima qualità, da realizzarsi soprattutto con equilibrate produzioni per ceppo.
L’affinamento in legno dei vini può essere effettuato sia in botti grandi, sia nelle barriques da 225 l. Sia le botti sia le barriques sono in legno di rovere, con una media tostatura.
Negli anni la gamma dei prodotti si è progressivamente ampliata e attualmente sono in produzione 6 etichette di vino rosso (Sottobosco rosso, Montescudaio rosso, Malemacchie, Rovo, Gobbo ai Pianacci, Ultimosole), 3 di vino bianco (Sottobosco bianco, Montescudaio bianco, Linaglia) e un vino rosso da fine pasto (Rovo chinato).
Le piante di olivo sono 1200, allevate a vaso e coltivate in due olivete specializzate in prossimità dei poderi Linaglia di Sopra e Linaglia di Sotto. Altri olivi, in coltura promiscua, si alternano ai filari di vite oppure ai lati dei seminativi, caratterizzando il paesaggio con una impronta tipicamente toscana. Le varietà coltivate sono quelle classiche della olivicoltura toscana: Leccino, Frantoio, Moraiolo e Lazzero. L’olio così prodotto può fregiarsi del marchio IGP Toscana.